mercoledì 13 luglio 2011

Disi scarescias


S’arregodu de Itri; su 12/13 de su mes’è triulas de su 1911
Ai  sardus de oi, po’ no scarexi sa storia

giovedì 7 luglio 2011

Boga sa pilla!


Come detto  in altri articoli di questo blog, lo stato italiano deve una decina di miliardi ai sardi.
I sardi pagano le tasse alle casse centrali dello stato italiano – cosa assurda già da sè – e da cui lo stato preleva una sorta di pizzo: parte dell’Irpef, parte dell’Iva e via di seguito, il resto dovrebbe rendercelo.
Dieci miliardi di euro, proviamo a pensare come potremmo investirli:
*si potrebbe azzerare definitivamente il debito bancario regionale (circa 2,2 miliardi), che chi ha governato la Sardegna fino ad oggi, non solo si è fatto fregare quei miliardi ma addirittura ha acceso dei mutui che gravano pesantemente sul bilancio della regione, sia in termini di rateo mutuo e sia in termini di parte interessi, e si parla di diverse centinaia di milioni ogni anno, fondi che potrebbero essere investiti a sostegno dei settori produttivi e quindi generare altra economia;
* una flotta navale sarda ( 1 miliardo), altra questione tristemente attuale e di vitale importanza necessità di cui conosciamo già tutti gli aspetti negativi che ci condizionano nella vita sociale ed economica;
*la realizzazione e messa in sicurezza della Sassari>  Olbia (700 milioni), dove muoiono più persone di quante ne muoiano nelle cosiddette missioni di pace ;
*Flotta aerea sarda ( 1 miliardo); 
*raccordo Sanluri > Arbatax (500 milioni) ( circa 70 km) ) per collegare le due sponde sarde che non si incontrano mai;
* raccordo aeroporto Alghero > SS 131 ( 300 milioni) direzione sud e rendere agevole il servizio a chi vive nel sud;
*funivia  aeroporto Elmas > Cagliari (15 milioni), mezzo a basso costo e alta funzionalità e servizio al posto del costosissimo e inefficiente sistema ferroviario che si sta progettando ;
*portare a termine gli interminabili lavori nella SS 131 ( 1 miliardo) e portarla ad essere un’arteria da percorrere in sicurezza alla velocità di 110 km/h.
… ne avanzano ancora, si potrebbe impiegarli per quella fascia sociale debole che si è vista privare degli scarsi fondi regionali pur di aiutare la disastrata Abbanoa dalla fossa del debito che si è procurata per pagare lauti stipendi ai propri dirigenti.
Tutto questo con quei dieci miliardi di euro che l’incapacità di governare un popolo di tutta la classe politica unionista ha reso cartaccia per riempire gli scafali della regione o le loro bocche, cosi nervose e compulsive ogni qualvolta che tentino di giustificare  la disperazione in cui versa il popolo sardo.
Tutto questo significherebbe sviluppo, occupazione, sicurezza, benessere … futuro.
I politici, davanti a questi dati pronunciano la stessa ed identica frase “ ma l’Italia, non ce li renderà mai, non hanno manco lacrime per piangere ormai!”
Bene, allora mi spieghino come mai possono permettersi di  non incassare ben 98 miliardi di euro dall’evasione fiscale delle società che gestiscono le slot machine. Forse perché sotto sotto si scoprono nomi, nelle direzioni delle varie società che le gestiscono,  che riconducono al presidente del consiglio italiano, o alla società che ha acquistato una certa casa a Montecarlo, o altri papi intoccabili?
A noi sardi deve importare poco la gestione italiana delle sue risorse, ci interessa piuttosto che se possono permettersi di non riscuotere quella cifra enorme che gli consentirebbe di non tagliare le spese dell’amministrazione pubblica dei propri cittadini per pareggiare il debito pubblico, pena gravi sanzioni e crisi economica e che pare assestarsi sui 68 miliardi in 3 anni, significa che possono renderceli o , se proprio non li hanno, questo sia allora un suggerimento su come reperirli, per saldare il debito che hanno nei nostri confronti.
potremo avere il paradiso e bussiamo all’inferno
Fintzas a s’indipendentzia

mercoledì 6 luglio 2011

Bidoni


Nell’ultima manovra finanziaria è stata decisa una drastica riduzione ai contributi statali verso le regioni, province e comuni, operazione che serve allo stato italiano per mettersi in regola con il debito pubblico  stabilito dalla comunità europea. La Sardegna avrà una riduzione di contributi finanziari molto significativa e superiore alla percentuale di abitanti in rapporto alle altre regioni, si parla di un  risparmio, a carico della Sardegna, che corrisponderebbe a circa il 10% del debito totale, anche sei sardi non sono il 10% della popolazione italiana.
Tutti indignati, si annunciano proteste in viale Trento e a Roma, si minacciano iniziative di ogni genere anche da parte dei politici regionali, anche da parte del presidente che ha appreso il tutto a cose fatte, come sempre d’altronde, oppure, come al solito si finge di non averne saputo nulla.
Ma Cristo Santo, è mai possibile che in questo popolo non ci sia un minimo di amor proprio, un minimo di normalità,  di capacità politica?
Quei soldi sono dello stato italiano, sono soldi devoluti dallo stato agli enti locali e che quindi decide dove investirli, come investirli e dove tagliarli per il bene del suo popolo. Siete o non siete italiani?  Allora collaborate e impegnatevi per aiutare il vostro stato.
Se aveste, invece, un po’ di amor proprio, di capacità politica, di amore verso questa terra e questo popolo, perché non lasciate che lo stato italiano se li prenda quei soldi e andate dritti verso il vero diritto, verso ciò che è vera determinazione e veramente nostro, e si procede istituzionalmente nel pretendere che ci venga reso ciò che è già nostro, miliardi che ci deve lo stato italiano, sancito dallo statuto e quindi dalla loro stessa costituzione, che sono nostri e non ce li possono toccare, o non ce li dovrebbero toccare se foste meno sottomessi, meno dipendenti da un sistema con il quale invece collaborate, contro il vostro stesso popolo, e qui ci siete tutti: sindaci, presidenti di provincia, consiglieri, assessori e presidente della regione, tutti, nessuno escluso, neppure quel popolo silenzioso che sta li fermo a mendicare, e credere ancora alle favole, come bambini che immaginano, ascoltando la fiaba notturna, di vivere nel paese delle meraviglie, dormendo in un letto di paglia, e fango.
Guardate questa gente che per colpa vostra anche oggi scenderà in piazza, un popolo che ormai ha perso tutto, in mano all’apparato di stato delle riscossioni, in mano agli strozzini dei trasporti che minacciano chi cerca di sopravvivere, giustamente, viaggiando con chi gli propone tariffe di trasporto migliori e ricevendo minacce di essere appiedati se lo fanno, se cercano di togliere la testa dal patibolo che sta per tagliargli la testa.
Guadatelo questo popolo che ormai è allo sbando e ha rinunciato anche alla dignità di esistere, costretti quasi a vendersi e festeggiare  ancora l’anniversario di chi, con il vostro aiuto, li ha portati sull’orlo della disperazione, fino a mettere in atto scene patetiche  come i bidoni della raccolta differenziata in alcuni comuni  sardi di colore verde, bianco e rosso, messe rigorosamente in ordine cromatico, anche dopo mesi dalla ricorrenza, che in una società normale potrebbe  essere un messaggio  sarcastico , è  invece il segnale di un fondo già toccato, raschiato e visibilmente logorato.
Scida! Siamo ancora in tempo per prenderci il nostro futuro. Sarà faticoso, duro e difficile, ma possiamo crearne uno nostro, scelto e deciso da noi, per sempre.
“potremo avere il paradiso e bussiamo all’inferno”
Fintzas a s’indipendentzia


martedì 21 giugno 2011

Con le pezze al culo


In questi giorni, nel palazzo del governo sardo, si discute sul collegato alla finanziaria, documento necessario per porre correzioni a quella già approvata, o almeno questa dovrebbe essere la prassi ordinaria. Ma non in Sardegna, dove il collegato è solo uno strumento per cercare pezze ai già evidenti e conosciuti endemici problemi sociali ed economici .
E non parlo dei discussi singoli casi di intervento contingenti, ma di quelli strutturali.
Non è possibile cercare una soluzione per salvare Abbanoa dal crac finanziario (200 milioni di debito bancario) e non è possibile trovarne solo 50 e togliendoli per giunta dai fondi per i disabili non autosufficienti, dall'agricoltura, dalla programmazione per lo sviluppo o ad altri enti.
Non è possibile che non si trovino i soldi per le infrastrutture necessarie come gli aeroporti e porti.
Non è possibile sopravvivere in queste condizioni, nessuno ne sarebbe capace, figuriamoci una classe politica inutile e rinunciataria, che, in nome di un “ non vogliamo compromettere i rapporti politici con l’Italia” (Cappellacci l’estate scorsa in relazione al ricorso in corte costituzionale per le mancate entrate da parte delle casse centrali dello stato italiano) si rinuncia a ciò che è nostro, ciò che è un diritto, sono soldi pagati dai sardi, non regalie dello stato ma bensì sudore  dei sardi e delle sue 65 mila aziende messe all’asta dall’agenzia delle riscossioni italiana.
In calendario nessun provvedimento su questo, solo pezze, tagliando un pezzetto dal risvolto dei pantaloni per cucirlo sul culo.
Nessuna discussione da parte di tutta la classe politica sarda, da destra a sinistra, passando per il resto, nessuno che dica che abbiamo miliardi di euro che l’Italia ci ha fregato da anni, che non ci rende non si fa nulla per prenderseli. Strafottenza dell’uno o incapacità dell’altro? Tutt’è due direi, facile non sbagliare.
Si recuperino questi soldi; si chiuda Abbanoa e si finanzino i comuni che devono riprendersi la gestione pubblica della distribuzione dell’acqua; si finanzino le infrastrutture e si lascino gli scarsi fondi alle classi sociali deboli, questo dovrebbe fare una classe politica efficiente, cosciente e onesta verso il proprio popolo.
Una coscienza indipendentista agirebbe cosi, per il proprio popolo, anche con i monchi strumenti dati dall’autonomia.

sabato 11 giugno 2011

Ostaggi di stato



Siamo ostaggi di stato, in tutti i sensi, sia per lo stato di cose, sia per il soggetto che ci tiene in ostaggio, sia per chi “sembra” agire, pur se con il classico cucchiaino per svuotare un lago, per rendere una parte di giustizia al popolo sardo.

E non è storia recente, è storia che ha radici profonde, quasi quanto lo stesso mare, se non di più.
Erano gli anni del 1870, anni in cui la Rubattino , strano ricorso storico quello di una nave della Tirrenia che porta il nome dell’armatore genovese dell’epoca, prendeva contributi pubblici dal governo e di fatto impediva, ed ha impedito, forte dei contributi statali, ad altri operatori marittimi  di inserirsi nei collegamenti marittimi per la Sardegna, era più di un secolo fa. Tanto che un certo Gaetano Rossi-Doria, primo presidente della camera di commercio di Cagliari, fece un’interrogazione parlamentare il cui testo oggi potrebbe tranquillamente ben rappresentare la situazione attuale in cui versa la nostra condizione sulla mobilità esterna.

Ma la storia potrebbe continuare su quella della Sardamare, società creata dal contributo di soli imprenditori sardi che provò ad annullare quella sorta di embargo a cui l’Italia ci condannò. Era il 1941, solo 5 anni dopo la nascita di quella che diventò la Tirrenia, diretta dalla famiglia Ciano,   l’Italia entrò in guerra e per tagliare i costi per le spese della sua guerra eliminò i collegamenti già molto radi ( si parlava di un collegamento ogni 15 giorni) con la Sardegna e durò anche dopo la guerra, almeno per altri 8 anni, le uniche navi che arrivavano e partivano dalla Sardegna erano cariche di carne da mandare al fronte. Gli imprenditori sassaresi misero su la Sardamare, che naufragò perché lo stato non diede nessun appoggio alla compagnia privata che svolgeva un servizio pubblico che il pubblico non svolgeva.

Siamo al 2011, nulla è cambiato, la Tirrenia, che dovrebbe garantire la continuità territorale, ha i suoi interessi oltre Tirreno, noi a guardare dall’altra parte aspettando con il becco aperto un piccolissimo vermicello da mettere nello stomaco, e poi ancora con il becco aperto aspettando, ancora.
Siamo ancora ostaggio delle compagnie sostenute dallo stato italiano e che in quello stato trovano sponda, quelle che martedi scorso hanno deciso di lasciare al porto di  Genova  passeggeri e trasportatori perchè erano pochi! Triste premessa su chi dovrà garantirci i collegamenti.
La privatizzazione della flotta di stato di fatto consegna il monopolio ad una cordata di armatori privati che sono gli stessi che già operano da e per la Sardegna, prenderanno i contributi statali per garantire la continuità territoriale che è di competenza dei sardi e quei soldi dovrebbero andare a chi ha titolarità istituzionale del servizio.
Con quella cifra (72 milioni/anno per 8 anni) potremmo garantirci 2000 attraversate sulla tratta Olbia/Civitavecchia gratis tutto l’anno a tutti i sardi.

Finalmente sembrava trovare sbocco una delle soluzioni che avevamo prospettato alle prime avvisaglie sull’eccessivo costo delle tariffe navali e prendeva corpo la prima bozza di flotta sarda.
Ma anche qui siamo ostaggio, ostaggio della pochezza, dell’inutilità di una classe politica sarda, unionista, che non ha coscienza del proprio ruolo, di chi rappresenta e a cui deve ogni suo agire.
L’incapacità di sopra sfocia in una organizzazione approssimativa e castrata, anche se era difficile sbagliare sono riusciti a farlo, quasi innaturale, ma ci sono riusciti.

Non hanno considerato il sistema della vendita tramite le agenzie, dove ancora si serve la maggioranza dei viaggiatori; non hanno considerato i trasportatori che non troveranno posto nella navi che hanno noleggiato; non hanno previsto dei corsi presso le capitanerie sarde per dotare dei dovuti documenti di navigazione i sardi che dovranno lavorare a bordo e, in finale, ciliegina, hanno appaltato alla  “Euro Ship Catering  “ il servizio di catering  a bordo della flotta sarda, per cui dubito che si servano, come sponsorizzato, prodotti sardi e che paghino le tasse in Sardegna dal momento in cui è una società siciliana, con sede legale a Palermo.

La nostra proposta è nel progetto che trovate qui.

Smettiamola di chiedere e di accontentarci, non è da intelligenti, lo è casomai per l’intelligenza dei servi, ma davvero ci crediamo cosi poco? Davvero non possiamo intelligentemente essere noi gli artefici del nostro futuro e determinarlo? Noi crediamo di si.
Fintzas a s’indipendentzia.

mercoledì 27 aprile 2011

Lo stato della follia allo stato puro


Criticare l’operato degli altri non è mai una bella cosa, ma questa classe politica sarda, tutta, non ne imbocca una per dirne una. La questione tariffe navali ne è l’icona.

È come se avessero un cappello in cui ci sono delle proposte preconfezionate  e che all’occorrenza ne prendano una a casaccio.
In questo caso è toccato il bigliettino dell’antitrust, sanno di cosa parlano almeno? Secondo  me no.
Sappiamo bene, noi, che il sistema giuridico italiano è un sistema elefantiaco, tra apertura fascicoli, inchiesta e giudizio passa almeno un anno, e noi non possiamo concederci il lusso di perdere un anno di tempo. 

Lo abbiamo visto sulla questione GPL durata due anni e terminata con una farsa: condannate due compagnie su tre e tutto come prima, noi sardi continuiamo a pagare le bombole lo stesso identico prezzo, è questo l'obiettivo della politica unionista? Salvare comunque e sempre lo stato italiano? Era l'ENI prima e Tirrenia oggi, sempre proprietà dello stato italiano.

L’estate è ormai alle porte e se non troviamo una soluzione immediata,  uno dei pochi settori produttivi sardi, quello turistico, collasserà.
Quindi, bene il ricorso ma che vada da se, noi dovremmo procedere contemporaneamente, se non prima del ricorso stesso, a trovare soluzioni immediate al problema.

Le nostre proposte erano queste:
1)     
      Prendere a noleggio almeno 4 navi di adeguate capacità di carico e metterle a viaggiare nelle rotte di maggior traffico. 

      Consideriamo che siamo in periodo di tutto  carico quindi nulla di perso se si opera in pareggio con la spesa, ed è facile da attuare anche per i politici sardi, compito facile, ma non per loro a quanto pare. 
      
2) Ma la soluzione ideale sarebbe stata pretendere dal governo italiano, che tiene per se, giustamente o meno, il diritto decisionale sul sistema tributario, di emettere un provvedimento urgente che conceda un credito di imposta alle compagnie di navigazione in rapporto ai passeggeri trasportati solo per il periodo estivo, cosa semplice da fare anche questa, è un  provvedimento già preso nella finanziaria del 2010 dall’Italia per le sue imprese che reinvestono nella ricerca.
3)     
      In ultimo, per il lungo periodo, si dia inizio al progetto che abbiamo proposto già da tempo, quello sulla flotta sarda, capitale misto, pubblico e privato a gestione dell’ARST che già prevede nel suo statuto la possibilità di munirsi e gestire anche questo settore di trasporti.
Ultimamente per questo progetto abbiamo avuto attestati di interesse anche dal mondo imprenditoriale degli autotrasportatori disposti ad impegnarsi nell’acquisto di azioni, ma non solo, anche di imprenditori del settore navale ed agenzie di viaggio ci hanno manifestato interesse al progetto.

La copertura finanziaria per una flotta sarda quindi verrebbe in parte dai privati interessati ad investire in questa impresa ed in parte dal pubblico. La cassa pubblica potrebbe individuare le sue fonti finanziarie in pochi mesi, è sufficiente che il governo sardo dia inizio immediatamente al ricorso in corte costituzionale ( art 51 dello statuto)  contro la legge che concede alle raffinerie di spostare la produzione dei derivati dal petrolio in altri depositi fiscali esterni alla Sardegna. 

Parliamo di oltre due miliardi di euro/anno di mancato introito derivante dalle accise, il che, tradotto in tempo significano pochi mesi di entrate (dal momento in cui si parla, per una flotta di dieci unità, di un investimento sui 6-700 milioni per parte)  di questa fonte finanziaria che ci viene sottratta indebitamente da quasi 30 anni da parte dell’Italia e che potrebbero essere reinvestiti in questo settore, solo  la prima parte, il resto servirà per  altro.

Apprendiamo che Cappellacci solo ieri ha saputo dai suoi legali che la Saremar (controllata dall’ARST) avrebbe le competenze per potersi impegnare anche nella gestione dei traghetti da/per l’Italia, ma anche stavolta, dopo la questione entrate, se ci avessero ascoltato prima non staremo ancora a cercare soluzioni ma la flotta sarda sarebbe già una realtà, lo diciamo da anni che la strada giusta era quella di affidarla alla nostra società di trasporti. Finalmente si è deciso a darci ascolto e finalmente pare che entro breve la regione Sardegna noleggerà alcune unità navali per far fronte al caro traghetti.

In questi giorni stiamo organizzando forme manifestazioni di vario genere sui trasporti. Hanno iniziato i ragazzi di ProGreS del Disterru il 16 aprile a Livorno con la distribuzione di circa 1000 volantini con le nostre proposte ai passeggeri in fila per imbarcarsi. Il 29 di questo mese a Cagliari ci saranno alcune manifestazioni del genere e una conferenza stampa in via Tempio nella sede nazionale e ad Olbia, nello stesso giorno, al porto.


Dopo aver proposto queste due soluzioni per il problema del caro traghetti ed aver appreso che la regione ha utilizzato quella del noleggio e il cosiddetto “ bonus sardo vacanza", ci vediamo costretti ancora una volta a dover intervenire sulla questione per l’assurda applicazione da parte del governo sardo che di fatto, ancora una volta, dimostra l’assoluta incapacità di gestione della politica unionista in difesa del diritto dei sardi, che, messa cosi, pare solo una strategia di promozione elettorale e salvare i loro rapporti con il governo italiano, sempre li da proteggere, prima del diritto dei sardi.

Concedere un bonus di circa 30 euro a passeggero è quanto di più fallimentare si potesse partorire, quei soldi usciranno dalle tasche dei sardi e verranno distribuiti in Europa ancora una volta, e ancora una volta a cavarsela per la sua incapacità ed inutilità sarà l’Italia che non ci metterà un cent per le sue colpe.

Che sia colpa della pessima gestione e attenzione all’economia da parte dell’Italia non c’è dubbio, la Tirrenia è un suo mostro che è cresciuto e ingrassato in questa scenica cessione ai privati che, di fatto, diventano i nuovi monopolisti dei collegamenti da/per la Sardegna, e il governo sardo che fa? Ci mette di tasca sua rimborsando i viaggiatori?

La nostra proposta era di pretendere al governo italiano di farsi carico di un provvedimento d’urgenza per concedere, nel periodo estivo, un credito di imposta in relazione ai passeggeri trasportati, questo avrebbe fatto si che a pagare il costo fosse chi è causa del problema, non sempre e solo i sardi.

Rinnoviamo quindi la nostra proposta all’esecutivo sardo affinchè aggiusti la mira e veda meglio che l’obiettivo è ristabilire un diritto per i sardi non il suo affossamento.


fintzas a s'indipendetzia!

giovedì 7 aprile 2011

Bon voyage


I migranti tunisini che in questo periodo stanno sbarcando a Lampedusa hanno ben chiaro dove andare e cosa fare.
Sanno che devono scappare da una vita senza futuro, che devono scappare dalla miseria e che per questa fuga hanno prosciugato i risparmi di tutta la famiglia con la promessa della resa se arriveranno vivi a Lampedusa e se poi riusciranno a scappare dai vari centri. 

Arrivano in Italia, sanno che da lì è facile ed  il più è fatto, sarà facile procedere verso la vera meta: la Francia.

Giorni di mare dentro bagnarole in cui ci si ritrova con altri trecento disperati che scappano via dalla povertà ed arrivare alla prima tappa in Italia, poi ritrovarsi di nuovo in quel mare che per molti di loro ha significato morte e per molti altri il terrore della morte,  tanti non sanno neppure nuotare, per ritrovarsi in un’altra repubblica indipendente in mezzo al mare da cui magari non sarà facile procedere verso la meta, e poi di nuovo mare? È la storia capitata ai tunisini che sono stati portati in Sardegna.

Erano preoccupati i migranti tunisini e non volevano sbarcare a Cagliari, erano convinti che fosse una repubblica indipendente e volevano essere riportati in Italia. Ma la polizia li ha tranquillizzati: siete in Italia, ci mancherebbe. Beata innocenza,  maledetta colpevolezza e incoscienza.

Quello che è certo è che questi cittadini del mondo sono allo sbando, scommettono con la vita per sottrarsi ad una morte lenta, sicuramente vivono - e ne hanno tutte le ragioni di questo mondo -  nella confusione: prima cacciano il colonizzatore e si dichiarano indipendenti, poi riescono a cacciare anche il dittatore che li opprime e loro che fanno? Scappano proprio da chi per oltre tre quarti di secolo li ha colonizzati.

Ma un barlume di lucidità ce l’hanno e pure ben razionale, hanno capito che i sardi non “dovrebbero” essere italiani, lucidità e razionalità assente in molti sardi stessi.

La Francia è li, dietro il primo spicchio di luna, o dopo lo stretto, ma forse credono già indipendenti anche i fratelli corsi, assurdo non esserlo vero?
Bon voyage,  fradis e sorris.