III parte
di Giùliu Cherchi e Franciscu Sedda
Ci sono frasi pronunciate troppo a lungo. Così a lungo che a forza di ripetercele ci siamo convinti che siano vere: “Se ci dividessimo dall’Italia moriremmo di fame!”.
Quante volte l’abbiamo sentita, e forse, persino pronunciata o anche solamente pensata?
Quando si parla di indipendenza, o forse semplicemente “di Sardegna”, questa frase ricorre puntualmente.
Ma è proprio vero che se ci separassimo dall’Italia non saremo autosufficienti economicamente?
E poi cosa vuol dire essere autosufficienti economicamente? Esiste uno
Stato, uno solo, al mondo che sia autosufficiente economicamente? E
soprattutto, oggi, sotto l’Italia, dopo decenni di integrazione,
come stiamo? Siamo sommersi dal benessere o stiamo forse italianamente
morendo di fame?
Per iniziare a rispondere a tutte queste domande partiamo dalla prima
e proviamo a ragionare su dei dati conosciuti, relativi ad un tema e un
periodo ben preciso che ci tocca tutti e che oggi è al centro del dibattito e della vita quotidiana di ciascuno di noi: il rapporto fra entrate e debito pubblico.
Proveremo dunque a ragionare su questo rapporto per come si presentava nel 2001. Del resto lo sappiamo: uno dei modi migliori per costruire un futuro dignitoso è imparare dalle esperienze e dagli errori del passato.
Il nostro vuole dunque essere un modo semplice per iniziare a ragionare su cosa avremmo potuto fare se fossimo stati uno Stato indipendente. È un modo concreto per iniziare a dissolvere paure certamente legittime ma sicuramente dannose o mortali. Soprattutto quando vengono accettate come verità indiscutibili, come una specie di destino beffardo
o forse meritato, una volta divenute come delle gabbie invisibili che
ci imprigionano e bloccano, che invece di spingerci all’autocritica e
alla creatività, allo studio e all’azione, finiscono per trasformarci in
un popolo di rassegnati.
Prendiamo dunque in considerazione un periodo, come dicevamo, in cui i dati economici ci sono ben noti: il 2001, anno in cui al governo sardo sedeva la giunta di centrodestra guidata da Mauro Pili.
Nel documento del prof. Pigliaru,
docente di economia all’Università di Cagliari divenuto assessore
regionale al Bilancio e alla Programmazione nei primi anni della giunta
di Renato Soru, si riporta che in quell’anno la Regione Autonoma della
Sardegna aveva uno stock di debito di circa 370 milioni di euro. Una cifra accettabile, sopportabile e solvibile per uno Stato grande e popolato come la Sardegna.
E infatti, se facciamo mente locale, ci dovremmo ricordare che la
Sardegna in quel momento (proprio come oggi) viveva, in materia di
entrate, una delle stagioni più vergognose della sua storia. Come abbiamo già visto nel nostro primo intervento e vedremo meglio nei successivi, la questione delle entrate è fondamentale. E per l’anno 2001 la situazione si riassumeva così: se
da una parte la Sardegna aveva un debito di 370 milioni dall’altra ci
venivano versati minori entrate annuali per circa 900 milioni.
Se ci si pensa un secondo balza subito all’occhio il fatto che se
avessimo avuto tutte le nostre entrate la Sardegna sarebbe stata forse l’unica nazione al mondo con dei bilanci in attivo, cioè senza un soldo di debito.
Ovviamente le cose sono un poco più complesse di così ma proviamo a
portare all’estremo questo dato perturbante e provocatorio. Facciamolo
anche in modo da riflettere, nel modo più semplice possibile e senza
tecnicismi, sul alcune importanti questioni economiche.
Tutte la nazioni del mondo per perseguire miglioramenti sociali ed economici,
oltre agli strumenti di natura tributaria e per non pesare troppo
sull’economia dei propri cittadini, ricorrono allo strumento dei “buoni del tesoro”
(anche noi come BOT), ovvero, a dei certificati garantiti dallo Stato
che danno, in un arco di mesi o di anni, un certo rendimento,
corrispondente all’interesse sull’investimento.
Questo rendimento è rapportato al grado di solvibilità
che uno Stato garantisce. Quindi è proporzionale alla garanzia offerta
dalla sua condizione economica. Più l’economia di uno Stato è florida e
più dà garanzie; più garantisce e meno rischio ci sarà per
l’investitore; quindi minore e più basso sarà l’interesse che lo Stato
dovrà corrispondere a chi ha comprato i suoi buoni.
La garanzia sullo stato di solvibilità viene certificata da agenzie
indipendenti che operano a livello mondiale, le ormai famosi agenzie di
rating, fra cui Moody’s e Standard&Poor’s (ma ce ne sono anche delle
altre).
Ciascuna società di rating rilascia periodicamente una sua valutazione su tutti gli stati nazionali,
così come su regioni, enti e istituti sovranazionali, su società di
capitali, banche ecc. certificandone appunto il grado di solvibilità in
caso di richiesta di mutui e altro. Il grado di solvibilità, cioè la garanzia di pagamento alla scadenza
dell’obbligazione o del debito, viene valutato con delle lettere
dell’alfabeto. Il massimo della garanzia, come abbiamo imparato tutti
negli ultimi mesi, è contrassegnato dalla sigla “Aaa”, 3 volte “A”.
Se tornassimo alla nostra situazione del 2001, con un debito di 370
milioni e entrate non restituite per 900 milioni, potremmo
provocatoriamente constatare che se in quel momento avessimo potuto
riscuotere e gestire noi i nostri soldi avremmo avuto un avanzo di 530
milioni. Moody’s avrebbe probabilmente dovuto sfoderare una quarta “A” per la Sardegna!
E invece, non soltanto la spoliazione di risorse, che
nel 2001 andava avanti da 10 anni, non si è fermata, ma come sappiamo ha
continuato ad approfondirsi in modo drammatico, fino a privare i sardi
di una cifra superiore ai 10 miliardi di euro.
Ma non disperiamo. La battaglia per le entrate è solo all’inizio: solo ora, dopo tante promesse disattese e tante prese in giro, i sardi stanno prendendo consapevolezza di quanto sia importante gestire la propria ricchezza, poca o tanta che sia.
E soprattutto si stanno rendendo conto che non è così poca (se fosse davvero poca non ci sarebbe motivo di rubarla!).
Se guardiamo al piccolo esperimento che abbiamo fatto ci rendiamo
tutti conto che anche a situazione vigente una classe politica mossa per
davvero dall’idea di sovranità dei sardi avrebbe garantito a se stessa, alla sua gente, alla nazione sarda, una condizione economica invidiabile:
1) assenza di indebitamento; 2) risorse da investire in infrastrutture,
servizi sociali, aiuto all’impresa e alle famiglie, ricerca e
innovazione; 3) un quadro economico relativamente sufficientemente
affidabile.
In altri termini se in quel 2001 avessimo avuto, attraverso una Agenzia Sarda delle Entrate, una piena sovranità fiscale, avremmo avuto una tale condizione economica non solo per poter investire in qualunque struttura ritenuta strategica per creare benessere ai sardi e per generare nuova economia, ma avremmo anche potuto rilasciare dei buoni del tesoro sardi
da vendere sul mercato ad un interesse ridicolo rispetto a quello che è
costretta a pagare ad esempio l’Italia o qualsiasi altra nazione.
Invece…
(continua)
venerdì 18 novembre 2011
mercoledì 9 novembre 2011
Crisi e Fiscalità: Fisco, entrate, previsioni statutarie e legislative
II parte
di Giùliu Cherchi e Franciscu Sedda
Nel TITOLO III dello Statuto, l’articolo 7 recita:
“La Regione ha una propria finanza”, ovvero ha una propria gestione delle entrate e delle spese che le consente di gestirsi economicamente da sé.
Le finanze della Regione Sardegna dipendono in gran parte da compartecipazioni a tributi erariali, cioè la Regione acquisisce una parte delle imposte versate ogni anno dai cittadini/contribuenti residenti in Sardegna.
Gran parte del suo bilancio spese, delle sue uscite (quasi il 70% delle sue risorse economiche), deriva direttamente dalle imposte pagate dai sardi nelle quote previste nell’articolo 8 dello Statuto. Tali imposte derivano da tributi istituiti dal governo italiano (che ne ha la piena titolarità) e sono dunque statali (a parte quelle della lettera i dello stesso articolo, che invece sono regionali). Sono imposte dirette come quella che si paga sul proprio reddito (IRPEF), oppure imposte indirette come quelle che paghiamo ogni volta che compriamo qualcosa (IVA) o le imposte che entrano nel prezzo dei carburanti (gasolio, benzina, ecc.) ossia le “accise”.
Alla Sardegna come regione spetta però solo una parte di queste imposte versate dai sardi. Secondo l’art. 8 dello Statuto: 7 decimi di IRPEF, 9 decimi di accise, 9 decimi di IVA etc. Sulla base di queste percentuali il totale ricavato dalla Sardegna ammonta a circa 7 miliardi di euro. Il resto di queste imposte, circa il 20%, per statuto lo versiamo alle casse dello stato italiano. Allo stato italiano lasciamo anche altri soldi, che non compaiono nelle compartecipazioni e che vengono incassati direttamente dallo stato (le vedremo più avanti): in questo modo lo stato si porta via circa il 30% delle imposte e dei tributi versati ogni anno dai sardi.
Notare già da qui che quel 30% corrisponde alla cifra che manca per compensare completamente il nostro bilancio spese. Ossia, se a quel 70% di tributi che forma le entrate della Sardegna si sommasse questo 30% che va allo stato centrale, le spese della Regione sarebbero già oggi coperte da tasse e tributi pagati dai sardi.
Sempre nello stesso TITOLO III, l’articolo 9 recita: “La Regione può affidare agli organi dello Stato l’accertamento e la riscossione dei propri tributi”. Si noti: si parla di “propri tributi”.
Tornando ancora per un attimo all’art. 8, alla lettera i) c’è scritto (notare bene che qui si specifica, con questa formula, che queste imposte e/o tasse sono tributi regionali): “da imposte e tasse sul turismo e da altri tributi propri che la regione ha facoltà di istituire con legge in armonia con i princìpi del sistema tributario dello Stato”. Qui si accenna a “tributi propri”. È simile a quanto visto prima, ma non è la stessa cosa: “tributi propri” e “propri tributi” non sono la stessa cosa.
Ricapitoliamo dunque.
Articolo 8 lettera i) “tributi propri”: quelli che la Regione Autonoma ha facoltà di istituire con proprie leggi ma in armonia con i principi tributari dello Stato italiano.
Articolo 9, “propri tributi”: le imposte versate ogni anno dai cittadini/contribuenti residenti in Sardegna, di cui alla Regione resta solo una parte (e non la totalità, come abbiamo già detto), sulla base della compartecipazione stabilita con lo Stato italiano.
Come sono riscossi dunque i nostri tributi citati nell’articolo 9?
Vengono riscossi dagli organi centrali dello stato, quindi dati non ad un’agenzia sarda ma alle casse centrali dello stato italiano. Tali soldi, poi, dovrebbero essere riversati nelle casse della Sardegna nelle quote stabilite dallo Statuto (quelle dell’art. 8). Diciamo dovrebbero, perché qui nasce uno dei grossi problemi di questa storia.
Infatti tale sistema di riscossione ha generato quella che tutti ormai conoscono come la “vertenza entrate”. Di cosa si tratta?
Da quanto si è riusciti a certificare in base ai documenti disponibili (il che significa che la cifra potrebbe essere maggiore), sappiamo che dal 1991 al 2004 sono state riversate nelle casse della Sardegna cifre inferiori a quelle dovute: un ammanco di circa 10 miliardi di euro derivato, ad esempio, da minori compartecipazioni sull’IRPEF (l’imposta più rilevante) che è stata pari a circa 4 decimi delle imposte pagate dai sardi, in luogo dei 7 decimi previsti nell’art. 8 dello Statuto. Altre compartecipazioni, sempre molto significative, sono state sottratte al gettito IVA e ad altre tasse e imposte, tra cui alcune che non compaiono, come scritto sopra, nelle compartecipazioni elencate nel famoso art. 8. Tali mancati versamenti di ritorno hanno generato un danno economico alla Sardegna, privandola di risorse di fatto già sue secondo le leggi italiane e secondo lo Statuto, che è una legge ancora più importante delle leggi ordinarie dello Stato, dato che è una legge costituzionale.
Nello stesso Statuto, per altro, esiste un articolo, il n. 51, che riconosce alla Sardegna il potere di ricorrere in giudizio contro lo stato davanti alla Corte Costituzionale in caso di leggi statali che causino un danno economico alla Regione. Ebbene, questo articolo così forte e importante è sempre stato disatteso da chi ha governato la Sardegna, tanto che mai in tutta la storia autonomistica i vari esecutivi sardi hanno fatto ricorso a questo strumento per ristabilire il diritto tributario.
Una simile mancanza di controlli e la rinuncia ad affermare i propri diritti sono state aggravate dal fatto che in Sardegna non esiste un’agenzia di accertamento e riscossione delle entrate. Questo ente venne istituito dalla giunta Soru (l’ARASE), anche a seguito di una lunga attività di sensibilizzazione indipendentista, ma solo per le tasse e imposte regionali (art 8 lettera i)). Tra l’altro, invece di far crescere e conferire all’ARASE pieno mandato per la riscossione di tutte le imposte previste dall’articolo 8, a inizio 2011 tale ente è stato chiuso dalla giunta Cappellacci perché ritenuto inutile dopo che la Corte Costituzionale aveva bocciato le cosiddette “tasse sul lusso” istituite dalla giunta Soru.
La stessa giunta Soru peraltro aveva istituito anche un’altra agenzia, l’Agenzia Regionale Osservatorio Economico, che aveva esattamente il compito di monitorare le entrate. Anche questa è stata chiusa dall’attuale esecutivo sardo e per lo stesso motivo: non serviva più.
In queste decisioni, nella loro tardiva e parziale attuazione prima e nella loro abolizione poi, c’è tutta la storia della disastrosa situazione economica della Sardegna. In parole povere, le scelte della politica sarda in materia tributaria hanno generato una tale assenza di sovranità economica e fiscale da metterci in una condizione di estrema debolezza e subalternità. Una politica a volte disattenta, altre volte rinunciataria, altre ancora semplicemente succube ci ha dunque condotto a situazioni al limite dell’assurdo, come ad esempio quella che andiamo a riassumere, relativa all’IRPEF.
Mentre nel corso degli anni si ricevevano minori entrate rispetto a quelle spettanti, restava invariata la quota relativa ai 7 decimi del credito di imposta a carico della Sardegna (allegato 1, art. 1, comma d). Spieghiamo meglio questo importante passaggio (che – ricordiamolo – è solo una parte dell’inghippo). Facciamolo con una metafora.
Immaginiamo le entrate della Sardegna derivanti dal’IRPEF come due mucchietti, uno che rappresenta i 7 decimi dell’imposta e l’altro i 3 decimi: il primo mucchio è la parte spettante alla Sardegna e l’altro quella spettante allo Stato italiano. Quando un sardo versa la propria IRPEF, può indicare delle spese da detrarre dal suo reddito: spese sanitarie, interessi passivi dei mutui, spese assicurative e previdenziali ecc. In questi casi si dice che va in “credito d’imposta”. I contribuenti, cioè, che al momento di versare la propria imposta sul reddito hanno pagato di più del dovuto, hanno diritto alla conseguente restituzione di una parte dei soldi versati. Le cifre da restituire ai cittadini, in base allo Statuto sardo, vanno calcolati suddividendoli in parti corrispondenti alle compartecipazioni, ossia: 7 decimi alla Sardegna e 3 decimi all’Italia. A lungo è accaduto invece che, mentre arrivavano in Sardegna i 4 decimi di compartecipazione IRPEF in luogo dei 7 decimi (come visto prima), dal conguaglio che doveva regolare i crediti d’imposta venivano sottratti 7 decimi. Soldi che uscivano dalle casse sarde, senza che a questi corrispondessero le entrate su cui erano calcolati.
Tornando ai mucchietti di cui parlavamo prima e facendo 100 il gettito totale dell’IRPEF e 10 il credito d’imposta totale (i soldi che devono essere restituiti ai cittadini, che devono essere 7 a carico della Sardegna e 3 all’Italia), abbiamo:
Quanto precede è solo un esempio delle modalità con cui è stato gestito fino ad oggi il regime finanziario della Regione sarda. Come si vede, già da questi esempi è chiaro che molti dei soldi delle nostre imposte, che spetterebbero alla Regione per far fronte alle proprie spese, la Regione in realtà non li ha a disposizione.
Nel prossimo capitolo tratteremo la questione della acquisizione delle entrate, ossia di come poterle incassare direttamente e quali risvolti economici ciò avrebbe su tutto il tessuto produttivo e sociale della Sardegna.
di Giùliu Cherchi e Franciscu Sedda
Nel TITOLO III dello Statuto, l’articolo 7 recita:
“La Regione ha una propria finanza”, ovvero ha una propria gestione delle entrate e delle spese che le consente di gestirsi economicamente da sé.
Le finanze della Regione Sardegna dipendono in gran parte da compartecipazioni a tributi erariali, cioè la Regione acquisisce una parte delle imposte versate ogni anno dai cittadini/contribuenti residenti in Sardegna.
Gran parte del suo bilancio spese, delle sue uscite (quasi il 70% delle sue risorse economiche), deriva direttamente dalle imposte pagate dai sardi nelle quote previste nell’articolo 8 dello Statuto. Tali imposte derivano da tributi istituiti dal governo italiano (che ne ha la piena titolarità) e sono dunque statali (a parte quelle della lettera i dello stesso articolo, che invece sono regionali). Sono imposte dirette come quella che si paga sul proprio reddito (IRPEF), oppure imposte indirette come quelle che paghiamo ogni volta che compriamo qualcosa (IVA) o le imposte che entrano nel prezzo dei carburanti (gasolio, benzina, ecc.) ossia le “accise”.
Alla Sardegna come regione spetta però solo una parte di queste imposte versate dai sardi. Secondo l’art. 8 dello Statuto: 7 decimi di IRPEF, 9 decimi di accise, 9 decimi di IVA etc. Sulla base di queste percentuali il totale ricavato dalla Sardegna ammonta a circa 7 miliardi di euro. Il resto di queste imposte, circa il 20%, per statuto lo versiamo alle casse dello stato italiano. Allo stato italiano lasciamo anche altri soldi, che non compaiono nelle compartecipazioni e che vengono incassati direttamente dallo stato (le vedremo più avanti): in questo modo lo stato si porta via circa il 30% delle imposte e dei tributi versati ogni anno dai sardi.
Notare già da qui che quel 30% corrisponde alla cifra che manca per compensare completamente il nostro bilancio spese. Ossia, se a quel 70% di tributi che forma le entrate della Sardegna si sommasse questo 30% che va allo stato centrale, le spese della Regione sarebbero già oggi coperte da tasse e tributi pagati dai sardi.
Sempre nello stesso TITOLO III, l’articolo 9 recita: “La Regione può affidare agli organi dello Stato l’accertamento e la riscossione dei propri tributi”. Si noti: si parla di “propri tributi”.
Tornando ancora per un attimo all’art. 8, alla lettera i) c’è scritto (notare bene che qui si specifica, con questa formula, che queste imposte e/o tasse sono tributi regionali): “da imposte e tasse sul turismo e da altri tributi propri che la regione ha facoltà di istituire con legge in armonia con i princìpi del sistema tributario dello Stato”. Qui si accenna a “tributi propri”. È simile a quanto visto prima, ma non è la stessa cosa: “tributi propri” e “propri tributi” non sono la stessa cosa.
Ricapitoliamo dunque.
Articolo 8 lettera i) “tributi propri”: quelli che la Regione Autonoma ha facoltà di istituire con proprie leggi ma in armonia con i principi tributari dello Stato italiano.
Articolo 9, “propri tributi”: le imposte versate ogni anno dai cittadini/contribuenti residenti in Sardegna, di cui alla Regione resta solo una parte (e non la totalità, come abbiamo già detto), sulla base della compartecipazione stabilita con lo Stato italiano.
Come sono riscossi dunque i nostri tributi citati nell’articolo 9?
Vengono riscossi dagli organi centrali dello stato, quindi dati non ad un’agenzia sarda ma alle casse centrali dello stato italiano. Tali soldi, poi, dovrebbero essere riversati nelle casse della Sardegna nelle quote stabilite dallo Statuto (quelle dell’art. 8). Diciamo dovrebbero, perché qui nasce uno dei grossi problemi di questa storia.
Infatti tale sistema di riscossione ha generato quella che tutti ormai conoscono come la “vertenza entrate”. Di cosa si tratta?
Da quanto si è riusciti a certificare in base ai documenti disponibili (il che significa che la cifra potrebbe essere maggiore), sappiamo che dal 1991 al 2004 sono state riversate nelle casse della Sardegna cifre inferiori a quelle dovute: un ammanco di circa 10 miliardi di euro derivato, ad esempio, da minori compartecipazioni sull’IRPEF (l’imposta più rilevante) che è stata pari a circa 4 decimi delle imposte pagate dai sardi, in luogo dei 7 decimi previsti nell’art. 8 dello Statuto. Altre compartecipazioni, sempre molto significative, sono state sottratte al gettito IVA e ad altre tasse e imposte, tra cui alcune che non compaiono, come scritto sopra, nelle compartecipazioni elencate nel famoso art. 8. Tali mancati versamenti di ritorno hanno generato un danno economico alla Sardegna, privandola di risorse di fatto già sue secondo le leggi italiane e secondo lo Statuto, che è una legge ancora più importante delle leggi ordinarie dello Stato, dato che è una legge costituzionale.
Nello stesso Statuto, per altro, esiste un articolo, il n. 51, che riconosce alla Sardegna il potere di ricorrere in giudizio contro lo stato davanti alla Corte Costituzionale in caso di leggi statali che causino un danno economico alla Regione. Ebbene, questo articolo così forte e importante è sempre stato disatteso da chi ha governato la Sardegna, tanto che mai in tutta la storia autonomistica i vari esecutivi sardi hanno fatto ricorso a questo strumento per ristabilire il diritto tributario.
Una simile mancanza di controlli e la rinuncia ad affermare i propri diritti sono state aggravate dal fatto che in Sardegna non esiste un’agenzia di accertamento e riscossione delle entrate. Questo ente venne istituito dalla giunta Soru (l’ARASE), anche a seguito di una lunga attività di sensibilizzazione indipendentista, ma solo per le tasse e imposte regionali (art 8 lettera i)). Tra l’altro, invece di far crescere e conferire all’ARASE pieno mandato per la riscossione di tutte le imposte previste dall’articolo 8, a inizio 2011 tale ente è stato chiuso dalla giunta Cappellacci perché ritenuto inutile dopo che la Corte Costituzionale aveva bocciato le cosiddette “tasse sul lusso” istituite dalla giunta Soru.
La stessa giunta Soru peraltro aveva istituito anche un’altra agenzia, l’Agenzia Regionale Osservatorio Economico, che aveva esattamente il compito di monitorare le entrate. Anche questa è stata chiusa dall’attuale esecutivo sardo e per lo stesso motivo: non serviva più.
In queste decisioni, nella loro tardiva e parziale attuazione prima e nella loro abolizione poi, c’è tutta la storia della disastrosa situazione economica della Sardegna. In parole povere, le scelte della politica sarda in materia tributaria hanno generato una tale assenza di sovranità economica e fiscale da metterci in una condizione di estrema debolezza e subalternità. Una politica a volte disattenta, altre volte rinunciataria, altre ancora semplicemente succube ci ha dunque condotto a situazioni al limite dell’assurdo, come ad esempio quella che andiamo a riassumere, relativa all’IRPEF.
Mentre nel corso degli anni si ricevevano minori entrate rispetto a quelle spettanti, restava invariata la quota relativa ai 7 decimi del credito di imposta a carico della Sardegna (allegato 1, art. 1, comma d). Spieghiamo meglio questo importante passaggio (che – ricordiamolo – è solo una parte dell’inghippo). Facciamolo con una metafora.
Immaginiamo le entrate della Sardegna derivanti dal’IRPEF come due mucchietti, uno che rappresenta i 7 decimi dell’imposta e l’altro i 3 decimi: il primo mucchio è la parte spettante alla Sardegna e l’altro quella spettante allo Stato italiano. Quando un sardo versa la propria IRPEF, può indicare delle spese da detrarre dal suo reddito: spese sanitarie, interessi passivi dei mutui, spese assicurative e previdenziali ecc. In questi casi si dice che va in “credito d’imposta”. I contribuenti, cioè, che al momento di versare la propria imposta sul reddito hanno pagato di più del dovuto, hanno diritto alla conseguente restituzione di una parte dei soldi versati. Le cifre da restituire ai cittadini, in base allo Statuto sardo, vanno calcolati suddividendoli in parti corrispondenti alle compartecipazioni, ossia: 7 decimi alla Sardegna e 3 decimi all’Italia. A lungo è accaduto invece che, mentre arrivavano in Sardegna i 4 decimi di compartecipazione IRPEF in luogo dei 7 decimi (come visto prima), dal conguaglio che doveva regolare i crediti d’imposta venivano sottratti 7 decimi. Soldi che uscivano dalle casse sarde, senza che a questi corrispondessero le entrate su cui erano calcolati.
Tornando ai mucchietti di cui parlavamo prima e facendo 100 il gettito totale dell’IRPEF e 10 il credito d’imposta totale (i soldi che devono essere restituiti ai cittadini, che devono essere 7 a carico della Sardegna e 3 all’Italia), abbiamo:
- di quel 100, la Sardegna, in un primo momento, prende 40 in luogo di 70, lo Stato italiano ha prende 60 in luogo di 30;
- dopo la detrazione dei crediti d’imposta, a quel 40 della Sardegna si è tolto 7, riducendolo così a 33, mentre dal 60 dello stato è stato tolto 3 facendolo scendere a 57.
Quanto precede è solo un esempio delle modalità con cui è stato gestito fino ad oggi il regime finanziario della Regione sarda. Come si vede, già da questi esempi è chiaro che molti dei soldi delle nostre imposte, che spetterebbero alla Regione per far fronte alle proprie spese, la Regione in realtà non li ha a disposizione.
Nel prossimo capitolo tratteremo la questione della acquisizione delle entrate, ossia di come poterle incassare direttamente e quali risvolti economici ciò avrebbe su tutto il tessuto produttivo e sociale della Sardegna.
domenica 9 ottobre 2011
Crisi e Fiscalità: Introduzione
I parte
di Giuliu Cherchi e Franciscu Sedda
Cosa unisce in Sardegna la crisi economica della pastorizia con quella dell’autotrasporto, i panettieri con gli imprenditori agricoli, l’insegnante con l’artigiano, la fuga all’estero dei ricercatori sardi con l’emigrazione generica prepotentemente in corso ancora oggi?
La situazione è ben nota. Le fabbriche sono ormai tutte chiuse, gli imprenditori sono in mano all’agenzia italiana delle riscossioni e privi di linee di credito accessibili, le infrastrutture sono ferme da anni, i cittadini vedono in forte caduta la propria qualità della vita e le casse della Sardegna sono sempre più vuote.
La domanda è: cosa unisce tutto ciò? Perché si tratta di fenomeni tutti collegati, anche se dalle cronache dei mass media questo non appare. Beh, ciò che unisce tutto ciò non è la crisi mondiale, o non solo, e non è neppure colpa dell’euro o delle fameliche banche d’affari o dei cinesi.
Se pure tutte queste cause fossero reali, noi sardi – tanto per confermare di essere speciali – ci abbiamo aggiunto la nostra inclinazione per il paradosso, per il non senso.
Figli smemorati di una terra a cui non diamo alcun valore, se non quello meramente sentimentale, non riusciamo nemmeno a pensare che si possa fare qualcosa e che ci possa essere sia una ragione sia una cura per il nostro malessere esistenziale. Ci portiamo la nostra terra nel cuore e nella mente, nel nostro pellegrinare in cerca di futuro intorno al mondo, e questo sentimento non si traduce mai in una presa di coscienza di noi stessi, in determinazione ad assumerci la responsabilità della nostra storia. Questo crea terreno fertile per chiunque intenda, forte dell’inconsapevolezza e dell’ignoranza dei più sui meccanismi che regolano la nostra vita economica e sociale, speculare sulle nostre risorse e sulle nostre vite, arricchendosi e prosperando laddove noi vediamo solo povertà e depressione.
In queste sintetiche note proveremo ad analizzare e spiegare la situazione delle risorse economiche della Sardegna e alcuni meccanismi del mercato che generano incrementi di spesa e danni al sistema sociale, presentando il tutto in forma di capitoli, ma con l’avvertenza che si tratta di un sistema coerente in cui ogni elemento influenza gli altri. Faremo un po’ di luce su alcune questioni tecniche, a volte complesse, ma che è necessario affrontare per capire come stiano realmente le cose e come ciò che sembra un destino avverso sia invece un mix di incapacità, disinteresse, ignoranza e a volte semplice tornaconto della classe politica sarda unionista e/o autonomista di sempre. Questo fenomeno ha contribuito nei decenni a privarci delle difese culturali, politiche, sociali ed economiche per affrontare la crisi presente, a differenza di altre collettività, magari meno dotate di risorse ma meglio fornite di capitale umano e politico.
Partiremo affrontando un problema centrale e decisivo: quello dell’approvvigionamento delle risorse finanziarie. Si parlerà di tasse e tributi, dunque.
di Giuliu Cherchi e Franciscu Sedda
Cosa unisce in Sardegna la crisi economica della pastorizia con quella dell’autotrasporto, i panettieri con gli imprenditori agricoli, l’insegnante con l’artigiano, la fuga all’estero dei ricercatori sardi con l’emigrazione generica prepotentemente in corso ancora oggi?
La situazione è ben nota. Le fabbriche sono ormai tutte chiuse, gli imprenditori sono in mano all’agenzia italiana delle riscossioni e privi di linee di credito accessibili, le infrastrutture sono ferme da anni, i cittadini vedono in forte caduta la propria qualità della vita e le casse della Sardegna sono sempre più vuote.
La domanda è: cosa unisce tutto ciò? Perché si tratta di fenomeni tutti collegati, anche se dalle cronache dei mass media questo non appare. Beh, ciò che unisce tutto ciò non è la crisi mondiale, o non solo, e non è neppure colpa dell’euro o delle fameliche banche d’affari o dei cinesi.
Se pure tutte queste cause fossero reali, noi sardi – tanto per confermare di essere speciali – ci abbiamo aggiunto la nostra inclinazione per il paradosso, per il non senso.
Figli smemorati di una terra a cui non diamo alcun valore, se non quello meramente sentimentale, non riusciamo nemmeno a pensare che si possa fare qualcosa e che ci possa essere sia una ragione sia una cura per il nostro malessere esistenziale. Ci portiamo la nostra terra nel cuore e nella mente, nel nostro pellegrinare in cerca di futuro intorno al mondo, e questo sentimento non si traduce mai in una presa di coscienza di noi stessi, in determinazione ad assumerci la responsabilità della nostra storia. Questo crea terreno fertile per chiunque intenda, forte dell’inconsapevolezza e dell’ignoranza dei più sui meccanismi che regolano la nostra vita economica e sociale, speculare sulle nostre risorse e sulle nostre vite, arricchendosi e prosperando laddove noi vediamo solo povertà e depressione.
In queste sintetiche note proveremo ad analizzare e spiegare la situazione delle risorse economiche della Sardegna e alcuni meccanismi del mercato che generano incrementi di spesa e danni al sistema sociale, presentando il tutto in forma di capitoli, ma con l’avvertenza che si tratta di un sistema coerente in cui ogni elemento influenza gli altri. Faremo un po’ di luce su alcune questioni tecniche, a volte complesse, ma che è necessario affrontare per capire come stiano realmente le cose e come ciò che sembra un destino avverso sia invece un mix di incapacità, disinteresse, ignoranza e a volte semplice tornaconto della classe politica sarda unionista e/o autonomista di sempre. Questo fenomeno ha contribuito nei decenni a privarci delle difese culturali, politiche, sociali ed economiche per affrontare la crisi presente, a differenza di altre collettività, magari meno dotate di risorse ma meglio fornite di capitale umano e politico.
Partiremo affrontando un problema centrale e decisivo: quello dell’approvvigionamento delle risorse finanziarie. Si parlerà di tasse e tributi, dunque.
mercoledì 3 agosto 2011
S'arburi birdi
Pochi giorni fa, durante la telenovela sulla cessione ai privati del carrozzone Tiirenia, il governo italiano ha minacciato il presidente dalla regione sarda che se non la smetteva di dar fastidio agli interessi economici sull’affare italo-napoletano sarebbe saltato l’accordo sulla restituzione di due miliardi della vertenza entrate.
Soldi, è bene ricordarlo, che lo stato italiano si è indebitamente impossessato e di proprietà dei sardi, pagati dai sardi e da cui i sardi traggono la loro sussistenza economica, argomento che avrebbe dovuto concretizzarsi il 27 luglio scorso, pochi giorni dopo quello che è a tutti gli effetti un ricatto, cioè quella forma di reato squallido e meschino che solo gli infidi possono mettere in atto “ ti ho sottratto una cosa tua, se lo vuoi dammi tanto”.
Sappiamo bene come sono andati i fatti: la cordata che ha rilevato la Tirrenia ha scaricato la regione e in sede privata, con lo stato italiano, ha siglato il contratto di acquisizione e di proprietà di un servizio che vive e genera profitto grazie alla nostra terra in mezzo al mare, tutto però ruota nel e per l’interesse italiano e napoletano, come hanno di recente ammesso i proprietari delle compagnia che compongono la cordata .
Arriva il 27 luglio e al posto della definizione dei due miliardi arriva il ricorso dello stato italiano in cui si dice che quei soldi non possono essere resi perché la regione non ha detto come, dove e a quanto ammonta esattamente il dovuto: le norme di attuazione.
Cappellacci fa la scenata della restituzione della tessera del partito a cui segue la scenetta dell’incontro con il governo italiano in cui quest’ultimo sembra fare un mea culpa e concede alla regione quanto dovuto: poco più di un miliardo!
Chiunque, anche un bambino avrebbe detto “ma voi siete pazzi”, ma non Cappellacci e i suoi, che hanno invece issato gli stendardi della vittoria e sono rientrati in Sardegna con il petto gonfio “ abbiamo vinto, la linea dura rende”, sembra dicano. Dura? E da quando la pasta scotta è dura?
Il bello, o il peggio, è che quel miliardo non è neppure la resa del maltolto, almeno in parte sarebbe reso, invece è solo una piccola parte della programmazione sulle infrastrutture dell’ultimo decennio, infrastrutture finanziate decine di volte dai vari governi italiani di destra o di sinistra - per vincere “facile” le elezioni - e mai realizzate.
Cosi, ancora una volta, una sconfitta passa per vittoria, anche se di vittoria in effetti si tratta: quella dell’Italia contro i sardi.
“ M’intendu unu fugadoni aintrus, ma imoi mi ‘ollu torrai a drommiri, bai e cica chi no ap’a sonnai su padenti, s’arburi birdi … s’arburi birdi … s’arburi birdi … s’arburi birdi” [cit. libro Memorias de Marianu]
A luegu
PS
È tutto da verificare se questi finanziamenti arriveranno o faranno la fine degli altri, come le altre volte, come sempre.
La bilancia parlante
Una barzelletta raccontava di un tizio che a forza di insistere nel voler capire come funzionava la bilancia parlante della stazione, ricevette questa risposta da parte della bilancia “ siccome ha i fatto il cretino hai perso pure il treno”.
Che il sistema di riscossione delle nostre entrate sia assurdo ormai lo sappiamo tutti, è lo stato italiano che incassa i nostri tributi e poi con calma e facendo creste su creste sul dovuto dovrebbe rendercele.
Ma è successo che in tutto quel casino di codicilli, incapacità politica da una parte e molta scaltrezza dall’altra ( forti del “valore” dell’altro) è successo pure che è stato lo stato italiano a ricorrere verso la regione sarda perché non ha approvato le norme di attuazione, cioè non ha detto esattamente a quanto ammonta e da dove esattamente si devono togliere quei soldi nostri e determinati negli accordi tra stato e regione, non al bar della piazza.
È assurdo, lo so, ma è così, come si dice “cornuti e mazziati”.
Il debito che ha l’Italia con la Sardegna è ormai ben oltre 13 miliardi di euro, se poi assommiamo quelli che dovrebbe esserci riconosciuto delle mancate entrate derivanti dalle accise ci sarebbe da programmare un futuro economico, se non in discesa, sicuramente tutt’altro che in salita come lo è oggi.
Ma l’Italia ha ben altre prospettive riguardo la nostra economia, tutt’altro che favorevole a noi sardi, quindi che si fa? Si perde ancora tempo dietro questi meandri della burocrazia italianista che ad ogni giro di giostra ci riserva sorprese amare? Io direi di no, anzi, farei come la bilancia di prima “ siccome hai fatto il cretino ora perdi tutto”.
Secondo il DPR 26 luglio 1965, n. 1074 la Sicilia, pari soggetto istituzionale (regione autonoma), alla regione “ spettano alla Regione siciliana, oltre le entrate tributarie da essa direttamente deliberate, tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell'ambito del suo territorio, dirette o indirette”.
Ancora
“Art. 3. Le entrate spettanti alla Regione comprendono anche quelle accessorie costituite dagli interessi di mora e dalle soprattasse, nonche' quelle derivanti dall'applicazione di sanzioni pecuniarie amministrative e penali.”
E ancora, la ciliegina
“Art. 8. Per l'esercizio delle funzioni esecutive ed amministrative spettanti alla Regione, ai sensi dell'art. 20 dello Statuto, essa si avvale, fino a quando non sara' diversamente disposto, degli uffici periferici dell'Amministrazione statale. L'ordinamento degli uffici, lo stato giuridico ed il trattamento economico del relativo personale continuano ad essere regolati dalle norme statali. Le piante organiche degli uffici finanziari, di cui la Regione si avvale, sono stabilite dallo Stato, d'intesa con la Regione. Alla esazione delle entrate di spettanza della Regione, costituite da imposte dirette riscuotibili mediante ruoli, si provvede a norma delle disposizioni nazionali e regionali vigenti in materia e a mezzo degli agenti di riscossione di cui alle disposizioni stesse. Alla riscossione delle, entrate di natura diversa da quella suindicata la Regione puo' provvedere direttamente o mediante concessioni.”
Serve spiegare cosa significherebbe per la Sardegna? Entrare in possesso di tutte le entrate che vengono pagate dai sardi o comunque generate in Sardegna e riscuotere questi tributi direttamente. Serve altro?
Non è sufficiente questo a farci decidere di prenderci ciò che è nostro e finirla di dover inseguire il governo italiano nei meandri di un sistema castrante e arrogante oltre che dannatamente dannoso dei nostri interessi? Fa così schifo prendersi tutto ciò che ci appartiene?
Si riapra l’ARASE (Agenzia della Regione Sardegna per le Entrate) e l’Agenzia regionale Osservatorio economico, ambedue chiuse da questo governo sardo perché, da loro, ritenute inutili e avviare un percorso di vera determinazione economica e che metta fine a queste scene rivendicazioniste e castranti.
martedì 26 luglio 2011
Nudda!
Finalmente, più per il volere e interesse altrui che quello proprio, la Tirrenia è passata ai privati. A seguito della richiesta di entrare nella cordata Cin da parte della regione con una certa quota, negata dalla cordata, si sono visti prima minacciare dal governo italiano con “ se non la smettete di ostacolare gli interessi dell’Italia non vi paghiamo il debito che abbiamo con voi”, sono poi stati tagliati fuori del tutto dall’accordo e così in sede “familiare”, lo stato italiano, ha siglato il passaggio di consegne della compagnia ai privati.
La situazione attuale dei trasporti esterni, per e dalla Sardegna, è al punto più basso che poteva toccare, ora rimane solo risalire, se si vuole.
Di fatto i collegamenti navali sono in regime di monopolio, gli acquirenti della compagnia sono gli stessi operatori privati che già gestiscono tutti i collegamenti attuali, con l’aggiunta, ora, delle rotte in “continuità territoriale”, che, tradotto, significa “ in continuità degli interessi italiani”, diversi da quelli dei sardi, molto diversi, come sempre.
A metà settembre la regione terminerà con il noleggio delle navi e saremo in mano a questi imprenditori privati che con le tariffe che hanno applicato ai trasporti hanno dato il via ad una crisi nel settore turistico che era uno dei pochi settori imprenditoriali sardi che reggevano.
Come si reagisce? Cappellacci e Solinas, battono i piedi per terra e minacciano di dimettersi, vogliono la Tirrenia e basta, cioè un carrozzone che in oltre 70 anni ( nacque nel ventennio, nel 1936, su “voglie” ed interessi della famiglia Ciano) è stata il simbolo del clientelismo, dello sperpero delle risorse pubbliche e dello strapotere dello stato italiano verso i sardi, e nulla cambierà da ora in poi, cambiano i nomi dei dirigenti, cambiano gli azionisti, ma rimane lo stesso carrozzone oltre Tirreno, nulla che abbia a che fare con la Sardegna e gli interessi dei sardi.
Dello stesso avviso gli schieramenti che dovrebbero fare opposizione, nulla di sensibile all’orizzonte in chiave di interesse proprio, e dignità.
Se veramente vale quanto hanno detto ieri in consiglio, se davvero a questa classe politica è rimasta un briciolo di dignità, si muova immediatamente da sé .
Si smetta di protestare sulla Tirrenia, si dia consenso al loro interesse e si richieda l’immediato pagamento, come da “minaccia”, della prima tranche del debito che l’Italia ha con la Sardegna: quei due miliardi di euro della vertenza e si proceda.
Si allunghino i contratti con le navi a noleggio per il breve periodo e si passi tutto in mano all’ARST - non scordiamoci che la Saremar è una società in house, cioè direttamente controllata dalla regione e come tale non può ricevere aiuti economici in caso di necessità, pena grosse sanzioni europee - possibilmente con navi che possano trasportare i tir, e nel mentre si dia l’avvio ad un bando di gara con i più grandi cantieri navali europei per la fornitura di almeno 5 navi di adeguate capacità destinando immediatamente un quinto dei due miliardi della vertenza al cantiere che si aggiudicherà l’appalto, per il resto ci sono diverse forme di finanziamento.
In questa maniera saremo pronti alla prossima stagione, per una nuova stagione che durerà tutti i mesi, per sempre.
Dubito che questa classe politica, di maggioranza e di opposizione, veda oltre, loro sanno solo rivendicare, chiedere, elemosinare e creare crisi, sempre e solo per i propri interessi, mai quelli dei sardi.
il bello, o l'assurdo, è che noi indipendentisti siamo realisti e veniamo definiti visionari, mentre altri offrono solo illusioni e sono considerati “politici”, votati e delegati a decidere il nulla.
“babbu, ita est nudda?”
“………………….”
potremmo avere il paradiso e bussiamo all'inferno!
domenica 24 luglio 2011
Oltre le mani
Come sempre tutti sanno ma nessuno parla, nessuno prende provvedimenti e il senso di essere presi per i fondelli è “palpabile”.
Erano anni che in Sardegna mi parlavano di grossi problemi al sistema di alimentazione nei motori a GPL, si diceva che quel carburante distribuito in Sardegna fosse “sporco”, conteneva sostanze che nel medio periodo danneggiavano filtri e iniettori.
Oggi sappiamo che non solo è vero, ma addirittura la situazione è peggiorata e il carburante a quanto pare è ancora più sporco fino a bloccare la stragrande maggioranza di auto che utilizzano questo sistema di alimentazione, con costi esorbitanti per la riparazione, tanto da rendere nulla la convenienza economica nell’avere quel sistema di alimentazione.
Ma di chi è la colpa se si accertasse quello che sembra ovvio? È dei produttori del carburante, delle raffinerie, che in questo caso, guarda caso, corrisponde alla Saras, di nuovo la Saras, sempre la Saras, che è praticamente l’unica fornitrice di tutti i distributori sardi che erogano GPL.
Saras: una della più grandi ed importanti raffinerie d’Europa, un mostro inquinante senza uguali che fa suonare le sirene delle stazioni di controllo dell’aria in continuazione nella costa sud della Sardegna. È la società che inquina mare, terra ed aria e sottrae entrate economiche alla Sardegna spostando i suoi derivati e lavorati in altri depositi fiscali in Italia sottraendo fondi alla società sarda e destinandoli a quella italiana.
La Saras destina ¼ delle sue lavorazioni da petrolio al mercato sardo con pochissima spesa di trasporto.
Ci si aspetterebbe allora un prezzo di “favore” verso i sardi, ci si aspetterebbe un prodotto non dico di “eccellenza” ma almeno normale, oltre, come detto sopra, una corretta applicazione delle leggi tributarie in materia doganale sulle accise che avrebbe portato correttamente in Sardegna qualcosa come 2,5 miliardi di euro all’anno, ma nulla di tutto questo, anzi, visto che i sardi si fanno “palpare” senza recriminare, allora, avranno pensato, tiriamogli giù le braghe.
E cosi hanno fatto, mandando in Italia il prodotto “buono” e lasciando in Sardegna quello di scarto, tanto loro, i sardi, non dicono nulla.
Cominciamo da qui, riuniamo tutti i sardi proprietari di auto danneggiate dal GPL, cerchiamo un perito che certifichi la causa del danno e promuoviamo una class action contro i Moratti. Facciamogli capire che ora basta, ne siamo capaci?
Credo sia ora di far capire a questi signorotti che con i loro soldi possono comprarci tutti i giocattolini da campo di calcio che vogliono per sollazzare il loro ego, tutti i lussi che vogliono, ma non la salute di un popolo e la sua dignità. O forse si?
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